| Se
il tallone è d’Achille
Il calcagno è spesso sede di
dolori molto invalidanti. Ma per fortuna sono eliminabili con
piccoli interventi.
Nel
piede è la patologia più frequente, subito dopo
l’alluce valgo. Si stima che in Italia ne soffra almeno il
dieci per cento tra coloro che praticano sport. Particolarmente
vulnerabili sono i bambini e i ragazzi ancora in fase di crescita.
Le patologie principali sono tre ed è facile distinguerle
fra loro.
Il dolore al calcagno è nel piede per frequenza secondo
solo ai dolori dell’alluce. Un italiano su dieci soffre o
ha sofferto nella sua vita almeno una volta di un dolore che interessa
la parte posteriore del piede sotto la pianta o dietro al tallone.
Ne soffre il dieci per cento degli sportivi.
Ma la sua diagnosi è spesso liquidata in fretta col termine
di calcaneodinia. Termine vago ed impreciso: come dire mal di pancia.
Non indica la causa del dolore che interessa il tallone e non contiene
in se nessuna indicazione per stabilire una corretta terapia. Così altrettanto
imprecisa risulta spesso la terapia: una o più infiltrazioni
di cortisone praticate nel punto che duole.
Terapia imprecisa e talvolta pericolosa: le due principali strutture
anatomiche che si inseriscono sul tallone, il tendine di Achille
posteriormente e la fascia plantare inferiormente, possono indebolirsi
a tal punto, per l’uso di cortisone, che finiscono per lacerarsi
improvvisamente. Serve, invece, una diagnosi corretta.
Con il ricorso ad indagini radiologiche sofisticate come la risonanza
magnetica e la Tac e con l’uso della elettromiografia che
permette di studiare i nervi, si scopre che i dolori al calcagno
sono scatenati dalla infiammazione della fascia plantare, dei tendini,
dalla compressione di un nervo, e, ancora, dalla sofferenza dell’osso,
o da anomalie congenite che rendono i movimenti del piede scorretti.
Di qui le terapie che risultano veramente mirate e risolutive.
Quel senso di bruciore vicino al malleolo
In fondo, la si potrebbe definire una sciatica del piede. Una sciatica
ridotta ai minimi termini che interessa solo il tallone. I suoi
sintomi sono molto simili a quelli della fascite plantare e della
spina calcaneare, ma a scatenarli è un nervo sensitivo,
non una infiammazione del tallone.
Si tratta di una piccola terminazione del nervo sciatico, un ramo
del nervo tibiale posteriore che viene compresso a livello della
caviglia o appena sotto il malleolo interno. Riconoscerla non è semplice
e spesso viene confusa con altri disturbi del tallone ed infiltrata
con cortisone o trattata con le comuni fisioterapie. Tutto inutile:
il dolore al tallone talvolta irradiato alla pianta del piede e
alla caviglia necessita di un’altra soluzione: il bisturi.
Il nervo incarcerato e compresso deve essere individuato e liberato
dai tessuti che lo vincolano in modo eccessivo. Pressoché immediata
la risoluzione dei sintomi. La diagnosi è tuttavia difficile:
occorre una elettromiografia. Si tratta di un esame che studia
la conduzione elettrica degli stimoli nervosi lungo il nervo. Se
la conduzione risulta rallentata il nervo è sofferente.
In questo modo può essere individuato con precisione anche
il tratto del nervo interessato dalla compressione ed il grado
di compromissione. L’esame ha, tuttavia, dei limiti: i rami
nervosi calcaneari più piccoli non possono essere studiati
e quindi la diagnosi può sfuggire. Ma se tutti gli accertamenti
sono negativi e le terapie compiute non hanno dato risultati apprezzabili
la sciatica del piede diventa una diagnosi molto probabile. La
lastra fa vedere uno sperone osseo? È il caso di fare
una dieta dimagrante.
Localizzare il punto esatto dal quale parte il dolore è già una
mezza diagnosi. Se interessa la parte inferiore e centrale del
tallone è quasi certamente una infiammazione della fascia
plantare. Si tratta di una robusta fascia fibrosa tesa tra il calcagno
e le dita del piede che ha una doppia funzione: protegge le delicate
strutture anatomiche della pianta, vasi e nervi e contribuisce
a mantenere la corretta curvatura del piede durante il passo come
fosse la corda di un arco. Piedi troppo curvi o troppo piatti,
il peso eccessivo o esagerate sollecitazioni sportive possono stirarla
fino ad infiammare e a rendere dolente il punto di collegamento
tra i fasci fibrosi della fascia e l’osso del calcagno.
La radiografia mostra spesso l’effetto di questa eccessiva
sollecitazione: uno speronino osseo che si è sviluppato
sotto il calcagno e che si allunga nello spessore della fascia
indolenzita. In passato si è ritenuto che fosse lo sperone
osseo la causa dei disturbi dolorosi e veniva inutilmente asportato
per via chirurgica. Si devono invece ridurre sollecitazioni e tensioni
eccessive per ottenere una valida guarigione. Il plantare può risultare
valido per correggere i piedi troppo piatti, mentre una talloniera
morbida che presenta una piccola depressione nel punto più dolente
allevia immediatamente i sintomi. Anche la dieta, in caso di evidente
sovrappeso risulta utile per una valida guarigione.
La comune fisioterapia risulta di solito insufficiente a produrre
validi effetti antinfiammatori. Si deve ricorrere alla ipertermia
endogena e alla terapia ad onde d’urto.
La prima fa ricorso alle microonde per riscaldare, sul principio
dei fornettini domestici, il punto dolente fino a temperature di
42-43 gradi. Un calore in grado di richiamare in zona una forte
quantità di sangue che lava i detriti della infiammazione
e che trasporta fattori antinfiammatori.
La terapia ad onde d’urto fa invece ricorso ad un apparecchio
nato per frantumare i calcoli renali e poi modificato per usi ortopedici
ed è in grado di modificare biologicamente il tessuto colpito.
Si tratta di una terapia valida anche se dolorosa e reperibile
presso le strutture ortopediche ad alta specializzazione.
Il ricorso ad una infiltrazione di cortisone può essere
indicato, ma in caso di dolore ribelle al trattamento inutile resistere:
il cortisone a lungo andare può indebolire il tessuto fibroso
della fascia plantare che finisce per lacerarsi.
A parziale consolazione di chi soffre di questo problema c’è un
dato statistico: il 95% delle fasciti plantari trattate combinando
le terapie fino a qui esposte guariscono. Solo la rimanente percentuale è destinata
alla sala operatoria. Oggi due tecniche mininvasive permettono
di correggere il piede senza aprire con il bisturi. Se il problema
accertato è la fascia plantare troppo tesa, una tecnica
endoscopica consente di correggere la tensione del tessuto sofferente.
Se invece il problema viene individuato nel fatto che il piede è troppo
piatto si ricorre alla correzione con una vite in materiale riassorbibile
che dopo alcuni anni scompare dai tessuti del piede. Quando
la lesione è nella
cartilagine di accrescimento
Una volta erano i dolori di crescita. Oggi hanno un nome. Quelli
che interessano il tallone dei giovani adolescenti tra i 9 ed
i 13 anni si chiamano malattia di Sever. Una infiammazione della
cartilagine di accrescimento che normalmente si sviluppa posteriormente
nel calcagno.
Tenera e vulnerabile durante questa fascia di età, soffre
se sollecitata troppo dallo sport e in particolare da attività che
producono microtraumatismi ripetuti come la corsa ed il calcio.
Superato il periodo di sviluppo la cartilagine di accrescimento
scompare e con essa la malattia.
Riconoscerla è semplice: il dolore molto invalidante è circoscritto
alla parte inferiore del tallone e viene esacerbato dalla semplice
pressione di un dito sul punto sofferente, dal conflitto con calzature
rigide e naturalmente dalla attività sportiva. Una radiografia
del piede mostra il problema: il nucleo di accrescimento non si
sviluppa bene ed è frammentato. Semplice la terapia: i sintomi
regrediscono rapidamente con il riposo. A nulla valgono infatti
fisioterapie ed antinfiammatori, se la attività sportiva
non viene sospesa.
Tra i 12 ed i 16 anni può fare la sua comparsa un altro
disturbo che al contrario non passa con il riposo e che richiede
il trattamento chirurgico. In una zona di contatto tra il calcagno
e l’altro grande osso del piede, l’astragalo, normalmente
rivestita da cartilagine per consentire i movimenti articolari,
si sviluppa un ponte osseo.
L’articolazione perde così il suo movimento e resta
bloccata con il piede in posizione piatta. Il dolore viene avvertito
alla caviglia ed i tentativi di mobilizzare il piede spinandolo
scatenano disturbi ancora più violenti. Inizialmente plantari
correttivi ed infiltrazioni locali alleviano i sintomi, ma quando
la coalescenza ossea si è completamente sviluppata non resta
che ricorrere al bisturi. Il ponte osseo deve infatti essere interrotto
per restituire al piede ed alla caviglia la corretta mobilità. .
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