Traumi da SCI

Sciare è meno pericoloso di una partita di calcetto: solo otto incidenti ogni mille giornate/sciatore secondo il National Ski Patrol Sistem-dati U.S.A. - che scendono a due incidenti ogni mille giornate/sciatore secondo le casistiche italiane. Tuttavia c'è una differenza sostanziale che distingue gli infortuni della neve da quelli degli altri sport che si praticano in città. Spesso si verificano in luoghi distanti dal proprio ambiente e dagli specialisti di fiducia e pertanto l'infortunato si affida alle indicazioni dei primi soccorritori e a quelle della struttura sanitaria più vicina.

Sconosciuti eseguono accertamenti, emettono una diagnosi e infine propongono una terapia o un intervento chirurgico. Non c'è motivo di dubitare: la vicinanza alle piste da sci assicura una lunga e specifica esperienza. Sono in molti invece a temere interventi inadeguati o superati e a fare ritorno in città per essere curati. Due considerazioni. Un ritardo nella terapia a volte può pregiudicare un pieno recupero dell' arto infortunato e specialisti aggiornati si trovano tanto in città che in montagna. Alcune nozioni possono allora essere di aiuto per riconoscere una tecnica chirurgica all'avanguardia da una definitivamente superata e trovare la giusta serenità per non ritardare inutilmente diagnosi e terapie.

menischi. Nuovo. Il menisco si può salvare, anche se gravemente lesionato a causa di una brutta caduta dagli sci. Non è più necessario asportarlo in tutto o in parte per restituire al ginocchio il suo normale movimento ed eliminare il dolore. Minuscole clips e chiodini realizzati in materiali riassorbibili permettono di riparare il menisco danneggiato nel corso di un comune intervento di artroscopia. Questi fissatori consentono infatti di accostare i margini di una lesione meniscale e mantenerli aderenti per tutto il tempo necessario ad una completa cicatrizzazione. Dopo alcune settimane esaurita la loro funzione si sciolgono nel ginocchio e scompaiono dai tessuti senza lasciare traccia, fatta eccezione per il menisco riparato e completo in tutte le sue parti. Non è cosa da poco: il menisco serve tutto intero. Assorbe gli urti sul ginocchio come un ammortizzatore, ripartisce il peso corporeo nel ginocchio in maniera uniforme e infine concorre insieme ai ligamenti alla stabilità. Senza queste due fibrocartilagini il ginocchio subisce una usura eccessiva ed è destinato a sviluppare l'artrosi. C'è tuttavia un limite a questa tecnica: possono essere riparati con successo solo le lesioni della zona vascolarizzata dei menischi, circa due terzi, e restano inoltre esclusi da questa possibilità gli anziani.
Attuale
. Conservano la loro validità altre tecniche per riparare il menisco per mezzo di fili rissorbibili e colle di fibrina.
Superato
. L'immobilizzazione del ginocchio con il gesso, la rimozione totale del menisco e la chirurgia a cielo aperto.

crociato. Attuale. Se il ligamento crociato anteriore o posteriore si rompe il ginocchio perde la sua stabilità e se non viene subito operato sviluppa l'artrosi. Questo almeno l'atteggiamento degli ortopedici fino a qualche tempo fa. In realtà solo la metà di tutte le ginocchia con questo genere di lesione necessitano del chirurgo. Possono evitare il bisturi tutti coloro che nonostante il crociato rotto recuperano una sufficiente stabilità con gli appositi programmi di riabilitazione e gli ultracinquantenni, per loro meglio una buona ginocchiera. In ogni caso l'intervento non è mai urgente e conviene sempre tentare prima con la fisioterapia. Devono invece essere sottoposti ad intervento di ricostruzione del ligamento quanti accusano continui cedimenti sciando, dolori e gonfiore al ginocchio e i giovani sciatori che intendono partecipare a competizioni. Le tecniche più valide per la ricostruzione del crociato sono varie, ma tutte utilizzano tendini o parte di tendini prelevati dallo stesso ginocchio infortunato nel corso dell'intervento. Si evitano in questo modo fenomeni di rigetto ed intolleranza a materiali estranei e una valida solidità del trapianto. L'operazione può essere condotta interamente con tecnica artroscopica: solo due minuscoli fori per lavorare nel ginocchio. Tuttavia non può essere evitata una breve incisione cutanea per il prelievo dei tendini. Dal chirurgo, oltre alle ampie delucidazioni che è tenuto a fornire sul tipo di intervento che intende praticare, è bene farsi spiegare anche il programma di fisioterapia post-operatoria. E' importante almeno quanto l'intervento. Le prime due settimane un apposita apparecchiatura deve tenere in movimento l'arto operato per alcune ore al giorno in modo da evitare la formazione di aderenze e fare recuperare al ginocchio tutta la sua flessione. Segue poi la fisioterapia convenzionale.

Nuovo. Per fissare il nuovo ligamento crociato nel ginocchio sono disponibili viti riassorbibili. Dopo alcuni mesi, quando il ligamento si è ormai integrato nel ginocchio le viti si sciolgono nei tessuti e scompaiono. Si evita cosi il secondo intervento a volte necessario per rimuovere quelle metalliche. Superato. L'uso di tendini disidratati prelevati da cadavere, in materiale sintetico e la chirurgia a cielo aperto.

lussazioni di spalla. Attuale. Le cadute sulla spalla, sempre più comuni a causa del nuovo modo di sciare con le tavole e i surf da neve, sono spesso causa di lussazioni. L'omero fuoriesce dalla sua posizione anatomica nella spalla e resta fuori sede, più spesso anteriormente. Al pronto soccorso più vicino, la spalla deve essere dapprima radiografata, visitata e quindi con una rapida manovra ricollocata nella sua sede. Un bendaggio che mantiene la spalla ferma per tre settimane è in genere sufficiente a guarire. Non sempre: a volte la spalla resta instabile e deve essere operata. Si può fare in artroscopia: due piccoli fori cutanei per accedere nella spalla consentono ad appositi strumenti di ricucire la capsula articolare lacerata e restituire così la stabilità all'articolazione.
A questo scopo si utilizzano anche viti, ancorette e clips metalliche per garantire una più solida riparazione.
Nuovo
. Da poco sono disponibili ancorette realizzate in materiali riassorbibili per stabilizzare le lussazioni di spalla. Inoltre uno speciale strumento ad incandesenza introdotto nella spalla completa l'intervento sfruttando un curioso effetto termico: il calore accorcia le fibre di collagene di cui la capsula articolare è ricca. Risultato: i tessuti si tendono rendendo l'articolazione ancora più salda.
Superato
. La chirurgia a cielo aperto. Fanno eccezione i casi in cui numerosi episodi di lussazione hanno danneggiato in modo grave anche le superfici articolari e i tendini della spalla

rottura dei tendini della spalla. Attuale.Può succedere, che, cadendo su neve dura in avanti a braccia tese o su un fianco con la mano in alto e in dietro, un tendine della spalla subisca una lacerazione parziale o completa. Negli sciatori attempati può succedere di peggio: più tendini si rompono contemporaneamente perchè indeboliti da una vecchia infiammazione alla spalla. C'è rimedio: i tendini della cuffia dei rotatori, questo il loro nome tecnico, si possono riparare in artroscopia. Si tratta di un intervento superspecialistico che presenta numerosi vantaggi rispetto alla comune tecnica a cielo aperto. Il muscolo della spalla, il deltoide, non deve essere reciso per esporre i tendini che si trovano in profondità, l'intervento si compie attraverso tre piccole incisioni cutanee. Tanto basta a manovrare attraverso la spalla telecamera e appositi strumenti. Il decorso post operatorio risulta in questo modo decisamente più breve.
Superato
. La chirurgia a cielo aperto. Fanno eccezione i casi in cui la lacerazione è molto ampia e interessa più tendini.

cartilagini. Nuovo. Un colpo diretto sul ginocchio, subìto urtando contro un altro sci o contro una pietra sporgente o ancora una violenta distorsione articolare, possono scheggiarne le superfici articolari. La cartilagine si solleva e si stacca lasciando una zona scoperta di osso. Si tratta di una condizione frequente, che trascurata, può portare nel tempo all'artrosi. Da poco si è trovata una soluzione: il trapianto autologo di cartilagine. Dal ginocchio infortunato viene prelevata una carota di cartilagine ed osso, asportata da una zona non fondamentale per il movimento e viene subito impiantata nel punto danneggiato rendendo la superficie articolare nuovamente liscia e uniforme. L'intervento si pratica nel corso di una comune artroscopia e dopo tre giorni si può nuovamente camminare appoggiando l'arto operato a terra.
L'intervento è valido per riparare anche zone già artrosiche, ma ha però un limite: se la superficie da riparare è troppo ampia non può essere ricoperta per intero e i risultati a distanza non sono soddisfacenti.
Attuale. Il trapianto di condrociti. Da un piccolo prelievo articolare si allevano in laboratorio le cellule della cartilagine, i condrociti.
Dopo qualche tempo quando si è formata sufficiente quantità di nuova cartilagine si procede all'impianto. La tecnica pur valida richiede però due diversi interventi chirurgici e un periodo di immobilizzazione lungo.
Superato. Le tecniche di perforazione e di abrasione dell'osso per stimolare la formazione di nuova cartilagine. Conservano la loro validità in caso di superfici artrosiche molto ampie. La cartilagine neoformata risulta tuttavia di scarsa qualità.

fratture. Nuovo. In caso di fratture che faticano a consolidarsi o di calli ossei dolorosi la terapia ad onde d'urto con ultrasuoni accellera i tempi biologici di guarigione. Si tratta di una recente applicazione del litotritore, lo strumento altrimenti utilizzato per frantumare i calcoli renali.
Attuale. La vetroresina invece del gesso: più leggera ed impermeabile. Si può impiegare per piccoli gessi, ma non traspira come il più collaudato gesso.
Attuale. Le immobilizzazioni con cerniera: un materiale plastico dotato di cerniere si modella e si consolida intorno all'arto fratturato. Utile in caso di incrinature, piccole fratture stabili e distorsioni. Può essere temporaneamente rimosso per la pulizia e per applicazioni fisioterapiche.

 

Solo quindici minuti per sopravvivere. Questa la sconfortante novità emersa in un recente studio compiuto sugli sciatori investiti da una valanga. La lunga ricerca pubblicata dal medico del soccorso alpino di Brunico su Nature dimostra come le possibilità di rimanere in vita diminuiscono vertiginosamente dopo appena un quarto d'ora dall'incidente: ai primi quindici minuti sopravvivono 92 sciatori su cento, ma dopo mezz'ora se ne salvano solo 30. Tutti gli altri muoiono per asfissia. Di quì due consigli utili a tutti gli sciatori: chi sfugge alla valanga deve immediatamente cominciare le ricerche di chi è rimasto sepolto senza allontanarsi per chiedere soccorsi, mentre chi viene travolto deve cercare di proteggere la bocca dalla neve e tentare con le mani di creare una camera d'aria per respirare.
Notizie confortanti vengono invece dagli ospedali universitari di Losanna, Berna e Zurigo: chi resta vittima di un assideramento anche gavissimo può essere salvato se il suo sangue viene fatto circolare in un apposito strumentario che lo scalda. La tecnica, chiamata by-pass cardiopolmonare, ha consentito successi insperati agli specialisti Svizzeri. Tra i molti segnalati il più clamoroso riguarda uno sciatore caduto in un crepaccio: ai soccorritori si presentava in coma, il cuore era fermo, le pupille fisse e dilatate e con una temperatura interna di soli 17 gradi.

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