Protesi della Protesi
Quando si consuma si deve sostituire
I primi impianti nel ginocchio venti anni fa, ma i materiali non durano di più e quindi molti ritornano dal chirurgo.

Dall’ortopedico come dal meccanico: a sostituire nel ginocchio parti metalliche ormai usurate da anni di attività. E’ necessario quando una protesi articolare impiantata nel ginocchio 12, 15 anni fa si è consumata, non funziona più a dovere e sviluppa dolore ad ogni passo. Con un nuovo intervento la protesi ormai inservibile viene sostituita con un nuovo impianto che permette di articolare il ginocchio in modo valido e senza più dolore. Un intervento un tempo eccezionale, ma che sta conoscendo un incremento esponenziale negli ultimi anni e destinato in breve a diventare di routine. C’è una spiegazione: oggi quando il ginocchio è reso dolente dall’artrosi si ricorre con facilità all’intervento di protesizzazione.

L’articolazione viene aperta e le superfici di femore e tibia infiammate vengono asportate e al loro posto si impianta una protesi in metallo e polietilene. Queste componenti hanno un disegno fedele a quello anatomico e ripristinano il corretto movimento e la funzionalità del ginocchio. Un intervento che ha conosciuto grande popolarità e diffusione da circa un ventennio. Un banale calcolo per chiarire il fenomeno della riprotesizzazione: quindici anni di vita media di una protesi, eccezionalmente diciotto; venti anni fa l’inizio del grande sviluppo degli interventi di protesi al ginocchio e quindi i pazienti cominciano ad avvertire i primi disturbi generati dall’impianto ormai esaurito.

Ma andare dall’ortopedico non è come andare dal meccanico a cambiare un pezzo: il paziente se all’epoca del primo intervento aveva sessanta anni oggi ne ha circa settantacinque, quindi con ossa rese più deboli dall’osteoporosi. La protesi deve appoggiare e integrarsi con l’osso del ricevente che deve anche sostenere il peso e le sollecitazioni meccaniche. Non solo: asportando la vecchia protesi si sacrifica anche una parte di osso che resta attaccata all’impianto, creando problemi di instabilità e di fissazione del nuovo impianto. Di qui il disegno e la particolarità delle protesi destinate a sostituire quelle vecchie e consumate: le superfici sono curve ed anatomiche come vuole madre natura, e quindi ben adatte ad assecondare tutti i movimenti richiesti per camminare, salire e scendere le scale, accovacciarsi e quanto altro è richiesto per le comuni attività quotidiane.

Le due componenti di metallo che rivestono il femore e la tibia in realtà sono agganciate tra di loro: un robusto perno di metallo di dodici millimetri di diametro realizzato al centro della componente tibiale è vincolato alla componente femorale da una semisfera mobile nella quale si trova l’alloggio. Un meccanismo che stabilizza l’articolazione ma consente tutti i movimenti in modo molto fedele alla funzione che in un ginocchio sano svolgono i legamenti crociati ed i legamenti collaterali.”
La riabilitazione non richiede particolare riguardo trattandosi di un impianto molto stabile: il carico sull’arto operato e la possibilità di camminare sono concessi già a partire dal giorno dopo l’intervento con l’uso di girelli o bastoni canadesi. La fisioterapia manuale per attivare l’articolazione e recuperare la piena escursione articolare devono essere intraprese immediatamente nei giorni seguenti all’intervento a giudizio del chirurgo. Infine le statistiche riportate più di recente per questo tipo di interventi col 97 per cento circa di risultati eccellenti con piena soddisfazione del cliente a dieci anni di distanza dal primo intervento di protesizzazione del ginocchio, percentuale che scende al 90 per cento in caso di secondo impianto con protesi vincolante.

 

Veloci operazioni di “ricambio” con la tecnica mininvasiva

Operare il ginocchio per impiantare una protesi richiede un taglio anteriore e verticale di notevole lunghezza. Oggi è diventato necessario sviluppare tecniche chirurgiche che limitano l’accesso perché i pazienti non si accontentano più di risolvere il problema funzionale e di camminare di nuovo senza dolore, ma vogliono anche limitare il danno estetico. I risultati non si sono fatti attendere e grazie alla collaborazione con le maggiori aziende mondiali del settore sono stati approntati appositi strumenti per limitare l’approccio chirurgico ai minimi termini. In pratica il taglio necessario per impiantare correttamente una protesi al ginocchio è passato dai venticinque centimetri di lunghezza ai dieci.

Il vantaggio tuttavia non è solo estetico un taglio limitato significa risparmiare l’apparato estensore (il tendine del quadricipite) dall’aggressione chirurgica, con minore dolore post-operatorio, e migliore conservazione della circolazione locale, con riduzione delle complicanze post-operatorie, altrimenti piuttosto elevate in questo tipo di chirurgia. L’ospedalizzazione è molto più breve rispetto ai quindici giorni altrimenti necessari per dimettere il paziente e l’obiettivo è di permettere il “one day surgery” anche in chirurgia protesica.