| Infezioni
protesiche
Quando
il ginocchio è atrofico non c’è che
un rimedio: la protesi.
Si tratta di
un impianto meccanico con il quale il chirurgo ortopedico sostituisce
l’articolazione
malata e resa sofferente dall’artrosi. Materiali sempre
più resistenti,
disegni anatomici che riproducono fedelmente la bio-meccanica
articolare e la grande esperienza accumulata negli ultimi trenta
anni hanno
reso questo intervento più che affidabile. Il 97-98% dei
pazienti operati a distanza di dieci-quindici anni conserva la
sua funzionalità e cammina senza dolore. Questi i brillanti
risultati presentati ai congressi nazionali ed internazionali.
Poco si parla, invece, di quel 2-3% di interventi che non vanno
a buon fine. Colpa, nella maggior parte dei casi (1-2%) di una
infezione post-operatoria. La protesi viene raggiunta da batteri
che ne colonizzano la superficie e si sviluppano tra metallo
e osso dando dolore. Con il passare delle settimane la protesi
si
scolla dall’osso e si mobilizza.
A nulla valgono antibiotici
ed antidolorifici. C’è un solo e drammatico rimedio:
la protesi deve essere rimossa e al suo posto viene impiantato
uno spaziatore di cemento impregnato di antibiotico. Dopo quattro-sei
mesi se il focolaio infettivo è stato debellato un terzo
intervento riprotesizza l’articolazione con un nuovo impianto.
Non tutti sopportano questo calvario: l’8% dei pazienti
anziani che hanno sviluppato una infezione post-operatoria va
incontro
a morte. Percentuali che potrebbero essere sensibilmente abbassate
se venissero scrupolosamente applicate le linee guida per la
corretta selezione del paziente, la corretta antibioticoterapia
ed il tempestivo
riconoscimento della infezione. Diagnosi e terapia
È
quasi scontato ritenere che l’infezione sia avvenuta a causa
di una contaminazione in sala operatoria: un ferro sterilizzato
male, igiene insufficiente della cute del malato o del personale,
riciclo e filtraggio dell’aria ambiente inefficacie. In un
terzo dei casi non è così: l’infezione arriva
dal sangue dello stesso paziente che veicola germi provenienti
da focolai distanti. Tonsilliti, infezioni dentali, diverticoli
intestinali, ascessi perianali, piaghe da decubito e altri focolai
settici disseminano continuamente piccole cariche batteriche nel
sangue. Batteri che di norma vengono distrutti dal sistema immunitario.
La protesi rappresenta invece per questi batteri un porto sicuro,
formano sulla superficie una pellicola biologica impermeabile agli
antibiotici e si moltiplicano rapidamente. Di qui i sintomi, in
genere acuti, con febbre alta, brividi e dolore nella zona colpita
dall’infezione. Riconoscere tempestivamente l’infezione
della protesi è fondamentale: se si interviene entro due,
sette giorni dalla comparsa dei sintomi con una pulizia chirurgica
dell’impianto è possibile evitarne la rimozione in
circa il 66% dei casi. Dopo due settimane di sintomi le probabilità di
salvare la protesi scendono quasi a zero, e deve essere rimossa.
Non
sempre i sintomi di una infezione proteica risultano così chiari.
Il più delle volte anche a distanza di mesi dall’intervento
compaiono piccoli dolori, inizialmente solo in movimento, poi
anche a riposo.Gli
esami del sangue non mostrano nulla di sicuro. La VES,
un indice di infiammazione e di infezione, può rimanere
elevata anche per mesi dopo l’intervento, senza che vi
sia niente di anormale. Meglio valutare la PCR: valori elevati,
oltre
i 10 mg/lt, possono far pensare all’infezione, ma isolato
non è un parametro sicuro. Perfino i globuli bianchi,
le cellule circolanti nel sangue che combattono i batteri,
di solito
non aumentano di numero e possono dare falsa tranquillità ai
sanitari che stanno valutando la sospetta infezione. Meglio
la scintigrafia con leucociti marcati: i globuli bianchi vengono
prelevati
dal sangue del paziente, marcati con un tracciante radioattivo
e iniettati nuovamente nella vena. Per la loro natura di sentinelle
dell’infezione i globuli bianchi vanno a concentrarsi
sulla parte infetta della protesi. Questo esame ha una sensibilità nell’individuare
l’infezione prossima al 100%. Accertare l’infezione
tuttavia non basta: è necessario conoscere con sicurezza
anche il ceppo batterico che l’ha sviluppata e l’antibiotico
al quale è sensibile.
Si
tratta di informazioni che si ottengono nel corso dell’intervento di rimozione della
protesi: il chirurgo deve prelevare alcuni campioni di materiale
biologico
ottenuti dalle zone di infezione ed inviarle ad un laboratorio
di analisi. Si scopre così che nei due terzi dei casi
i germi sono Stafilococchi arrivati alla protesi dalla pelle
del
paziente, mentre negli altri casi si tratta di germi Gram-negativi
che arrivano dal tratto gastro-intestinale e solo una minoranza
sono infezioni nosocomiali, contratte cioè in sala operatoria,
in rianimazione o nei reparti di riabilitazione. Non solo:
in laboratorio è possibile
conoscere con esattezza a quale antibiotico il ceppo batterico
che si è sviluppato è sensibile. Conoscenza indispensabile
per somministrare una cura antibiotica efficace e mirata. Nell’89%
si ottiene in questo modo una rapida e sicura guarigione. La selezione del paziente
La prevenzione di una infezione post-operatoria di una protesi
di ginocchio o di anca, incomincia molto prima dell’intervento:
con la selezione e la preparazione dei pazienti. Ad esempio,
una grave obesità aumenta il rischio di sviluppare una
infezione post-operatoria. Il grasso, infatti, ha una circolazione
di sangue e un apporto di ossigeno ridotto e rappresenta un terreno
favorevole per sviluppare colonie batteriche. Meglio aspettare
qualche mese che una severa restrizione dietetica riporti peso
e rischio post-operatorio nei limiti. Anche il diabete non controllato
aumenta il rischio di infezioni post-operatorie. Nel sangue dei
pazienti diabetici lo zucchero circolante (glucosio) può essere
presente anche in concentrazioni tre o quattro volte superiori
alla norma, circostanza che favorisce lo sviluppo di colture
batteriche sulla protesi e ritarda la cicatrizzazione dei tessuti.
Non
solo: anche le condizioni di salute generali devono essere
valutate attentamente e così i farmaci che vengono assunti,
perché possono facilitare lo sviluppo di importanti infezioni.
Pazienti in condizione di malnutrizione perché molto anziani
o perché affetti da malattie debilitanti devono rimandare
l’intervento a momenti più favorevoli. Cautela anche
per chi assume cortisone da tempo a causa di una malattia reumatica.
Questo farmaco riduce la reattività del sistema immunitario
che così diventa più vulnerabile alle infezioni.
Ma non è tutto: pazienti in apparente buona salute e potenzialmente
idonei all’intervento di protesi possono nascondere una vera
bomba biologica nell’organismo: un piccolo focolaio infettivo
silente, o comunque presente da tempo, ma ignorato perché poco
sintomatico. Può trattarsi di una banale infezione dentale
o paradontale, di una tonsillite, di una emorroide infetta, di
un diverticolo intestinale o di una infezione cutanea. Si tratta
di focolai che in condizioni normali non rappresentano alcun rischio:
un organismo in forma neutralizza e uccide i germi che continuamente
a piccoli gruppi vengono rilasciati in circolazione della zona
infetta. In caso di intervento, invece, l’impianto protesico
rappresenta una superficie sicura dove moltiplicarsi senza poter
essere raggiunti dagli antibiotici, in un momento in cui l’organismo
si trova momentaneamente debilitato.
Una
accurata visita preliminare ed una adeguata terapia devono
in via preventiva ricercare ed eliminare
ogni possibile focolaio infettivo anche se molto distante dalla
articolazione che verrà sottoposta ad intervento di protesi.
Infine la prevenzione in sala operatoria. Gli antibiotici andrebbero
somministrati per via endovenosa un’ora prima dell’intervento
programmato, in modo da dargli il tempo di diffondersi in profondità,
fino all’osso. Una scrupolosa disinfezione della cute e l’uso
di teli sterili monouso trasparenti che isolano la pelle intorno
all’incisione, riducono sensibilmente la carica batterica
e le contaminazioni da stafilococchi. Ma i batteri arrivano anche
dall’aria: ogni persona presente in sala operatoria diffonde
nell’ambiente attraverso la respirazione e la desquamazione
10.000 batteri al minuto. Le mascherine, gli aspiratori ed i filtri
riducono le possibilità di contaminazione, ma non le annullano,
per questo è importante che in sala operatoria resti presente
per l’intervento solo il personale minimo indispensabile.
Durante l’intervento la rapidità di esecuzione dell’impianto
che in mani esperte non richiede più di un’ora è determinante,
come anche l’uso di frequenti lavaggi con antibiotico e soluzioni
saline che allontanano residui di materiale organico dal campo
operatorio. TVP
Non solo infezioni: un altro grande nemico dei pazienti sottoposti
ad intervento di protesi articolare sono le trombosi venose profonde
(0,5-1%). Si tratta di una coagulazione patologica del sangue
che si rapprende all’interno dei grossi tronchi venosi
dell’arto operato e talvolta anche di quello non operato.
Il sangue rappreso, il trombo, ostruisce la vena in parte o del
tutto, rallentando la circolazione con sensazione di dolore e
pesantezza all'arto, ma anche con lo sviluppo di febbre e brividi.
Ma fatto più pericoloso e potenzialmente letale è che
il trombo si può staccare dalle pareti del vaso venoso
e partire in circolo, verso il cuore ed i polmoni. Molto spesso
questi fenomeni sono del tutto asintomatici perchè il
trombo ha dimensioni inferiori ai tre centimetri e i frammenti
che rilascia non ostruiscono che i piccoli vasi polmonari senza
influire sulla capacità respiratoria. Solo raramente e
in chi non ha eseguito correttamente la profilassi antitrombotica,
questi fenomeni possono assumere proporzioni rilevanti e pericolose
per la salute, Dolore toracico e affanno anche a riposo devono
mettere in allarme e richiamare l'attenzione dei familiari e
dei sanitari anche a settimane o mesi dall'intervento chirurgico.
Meglio
prevenire queste situazioni con un'adeguata profilassi.
Si inizia uno o due giorni prima dell'intervento con la somministrazione
di eparine a basso perso molecolare che riducono la coagulabilità del
sangue e lo rendono più fluido. Il trattamento deve proseguire
per circa venti giorni dopo l'intervento. Altrettanto valida
per la prevenzione è la mobilizzazione precoce dell'arto
operato: il giorno dopo l'intervento, superati gli effetti dell'anestesia,
l'arto deve essere mobilizzato con l'aiuto di un fisioterapista
e appena è possibile, a giudizio del chirurgo, in genere
dopo un paio di giorni dall'intervento, il paziente deve essere
incoraggiato a camminare con l'uso di girello e stampelle. In
questo modo non si da tempo al sangue di rallentare la sua circolazione
nelle vene, condizione indispensabile alla formazione di coaguli,
trombi e pericolose embolie.
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