Fratture e mininvasività
La nuova frontiera nella cura delle tendiniti è la soluzione mini-invasiva

Una frattura operata male, guarisce prima di una frattura operata bene. Contro ogni buon senso e contro tutte le convinzioni scientifiche valide fino a poco tempo fa. Oggi infatti una brutta frattura di omero, di caviglia o di femore viene operata secondo i nuovi principi della traumatologia, per via mininvasiva, con minimo danno alla circolazione locale e il risparmio dei tessuti molli. Risultato: la formazione del callo osseo e la guarigione della frattura avvengono in tempi molto brevi e con migliore ripresa della funzione articolare, anche se a volte a sacrificio di una perfetta riduzione anatomica di tutti i frammenti. Di quì l'impressione alle radiografie di controllo post operatorie che la frattura non sia stata operata al meglio. Al contrario si tratta di un compromesso tra accuratezza nella ricomposizione anatomica dell'osso e rispetto della mininvasività a tutto vantaggio dell'infortunato.
Una autentica rivoluzione resa possibile anche dalla realizzazione di nuove placche e viti metalliche. Si tratta di placche metalliche dai bordi smussati che possono essere fatte scivolare sul focolaio di frattura attraverso una incisione della pelle di pochi centimetri. Non solo: a differenza delle placche tradizionali non serve accostare e comprimere la placca contro l'osso, ma si lasciano alcuni millimetri tra questa e l'osso da fissare.

Accortezze che non evacuano l'ematoma che si raccoglie intorno al focolaio di frattura ricco di fattori di crescita e che non danneggiano la circolazione del periostio ( la membrana che nutre e stimola la ricrescita dell'osso). Le nuove placche inoltre hanno i fori che alloggiano le viti, filettati, in modo che la testa della vite, una volta serrata, realizzi un unico sistema di fissaggio rigido. Maggiore stabilità e sicurezza di fissazione consentono una riabilitazione più precoce e una minore rischio di sviluppo di aderenze post operatorie che rendono limitato e dolente il movimento. Mininvasività e migliore fissazione significano anche minore esposizione all'aria dell'osso fratturato e la necessità di impiegare una quantità inferiore di materiali metallici con riduzione del rischio di infezione post operatoria. "

La frattura, se articolare, non concede compromessi: la riduzione deve essere perfettamente anatomica. Specie se la frattura interessa ginocchio o caviglia, una lieve scomposizione, anche, impercettibile, millimetrica, della superficie articolare, spiana la strada all'artrosi. Meglio sacrificare la mininvasività a vantaggio di un intervento che assicura la ripresa a lungo termine dalla piena attività fisica. E' bene chiarire: le articolazioni sono rivestite internamente di cartilagine, un tessuto spesso un paio di millimetri, lucido e bagnato da un liquido filante e oleoso (liquido sinoviale ) che permette lo scivolamento delle superfici in movimento con una frizione minima, pari ad un quinto di quella prodotta tra due cubetti di ghiaccio.
La cartilagine ha tuttavia un grande limite: non si ripara spontaneamente come ad esempio fa invece la pelle. Se una frattura lesiona la cartilagine, la interrompe lasciando un solco o un minimo gradino, il danno è permanente.
Un ostacolo che penalizza il movimento articolare. A niente serve il liquido sinoviale che viene prodotto in queste circostanze in eccesso e gonfia l'articolazione: il danno della cartilagine con il tempo si aggrava, si allarga e spiana la strada all'artrosi.

Di quì la necessità di operare il ginocchio o la caviglia infortunati con placche, viti e chiodi o con cerchiaggi realizzati in filo metallico e se necessario con ampie brecce chirurgiche a discapito della mininvasività. Ci sono tuttavia delle eccezioni: alcune fratture del ginocchio, possono essere ridotte e fissate per via percutanea sotto controllo artroscopico. La telecamera dell'artroscopio permette di osservare in maniera diretta e ingrandita la rima di frattura articolare e giudicare quando la ricomposizione è perfetta, utilizzando un foro cutaneo millimetrico.
Si tratta di fratture che interessano soprattutto il piatto tibiale mediale o laterale del ginocchio. Una o più viti avvitate trasversamente per via percutanea assicurano la stabilità alla riduzione così ottenuta ed una valida e rapida guarigione. Anche alcune fratture della spalla ( del trochite omerale ) possono essere ridotte e fissate sotto il controllo artroscopico. In questi casi a testimoniare l'avvenuto intervento nessuna cicatrice cutanea, solo due cerottini e un DVD con la registrazione dell'intervento.

Chiodi lunghi e cicatrici piccole in caso di fratture del femore, della tibia o dell'omero. Si tratta infatti di ossa che al loro interno sono cave: un lungo canale le percorre par tutta la loro lunghezza. Una opportunità che gli ortopedici non si sono lasciati sfuggire. Sfruttando la presenza del canale (midollare), un apposito chiodo viene fatto scivolare nell'osso, al suo interno, da una estremità all'altra, attraversando la frattura. Il focolaio di frattura in questi casi non viene aperto, serve invece una piccola incisione cutanea per introdurre la punta del lungo chiodo nell'estremità dell'osso e imboccare il canale midollare. Sotto il controllo di un apparecchio radiologico il chiodo viene spinto e fatto progredire fino alla frattura. Avendo cura di mettere i monconi della frattura in asse tra loro, il chiodo supera la frattura e si impegna nuovamente nel canale midollare del versante opposto per almeno quindici centimetri assicurando cosi una ottima stabilità della frattura alle forze di compressione e sotto carico.

Alcune viti trasversali che passano osso e chiodo completano l'intervento assicurando anche stabilita alle forze di rotazione che potrebbero spostare i monconi sul loro stesso asse. La robustezza di questa fissazione è cosi valida che il paziente operato può tornare a camminare e a dare peso sull'arto infortunato già il giorno successivo all'intervento.

Operare l'arto sano, non è l'ultimo caso di malasanità, ma l'avanguardia della prevenzione chirurgica delle fratture del femore. E' un fatto di statistica: i pazienti anziani e osteoporotici che sono stati vittima di una frattura di femore hanno il 30 % di possibilità di incorrere a breve in in altro episodio fratturativo sull'altro femore. Di qui la profilassi chirurgica: quando il paziente infortunato viene sottoposto all'intervento chirurgico per ridurre e stabilizzare la frattura con viti e placce o diversamente con la sostituzione protesica della testa del femore, il femore controlaterale, sano, ma indebolito dall'osteoporosi viene rinforzato con un secondo intervento chirurgico. Si tratta di un intervento minimamente invasivo, una tecnica brevettata chiamata CE-CURE, che non comporta particolari rischi per la salute del paziente, ma che scongiura l'elevata possibilità di una nuova frattura.

L'intervento è semplice ed efficace. Permette di armare e rinforzare con cemento e titanio il collo del femore, il segmento più a rischio per le fratture dell'anziano, come se fosse un plinto in calestruzzo di un ponte o di un grattacielo. Attraverso una incisione cutanea di circa 3 millimetri l'ortopedico buca il collo del femore con una cannula. Sotto il controllo di un apparecchio radiologico impianta cinque barre di titanio nell'osso indebolito attraverso il collo e la testa femorale. Uno speciale cemento liquido viene infine iniettato nel segmento trattato. Il cemento indurendosi ingloba ed irrigidisce il sistema delle barre di titanio e dell'osso del femore. Prove di resistenza meccanica eseguite in laboratorio, dimostrano una resistenza alla frattura del femore così trattato a 40.000 cicli, con una forza pari al peso di 150 kg e a 10.000 cicli a 5 hz di frequenza. In altre parole è come se il femore dell'ottuagenario cosi trattato fosse tornato in grado di sopportare un atterraggio con il paracadute o una mezza maratona.