L'acqua ripara fratture
Interventi più veloci e meno rischi con una nuova metodica di chirurgia ortopedica

Per la frattura meglio l'acqua del gesso. Lo assicura l'equipe dell'università di Israele. Ideatori di un innovativo sistema idraulico di immobilizzazione delle fratture: con un intervento chirurgico miniinvasivo si introduce nell'osso spezzato un lungo chiodo metallico che viene gonfiato con acqua ad elevata pressione in modo da immobilizzare il focolaio di frattura e permettere la guarigione. Rispetto alle tecniche tradizionali i vantaggi sono enormi. Rapidità di esecuzione dell'intervento. In meno di mezz'ora l'intervento può essere portato a termine da una equipe che ha già preso confidenza con la tecnica. Non è cosa da poco la riduzione dei tempi chirurgici va a vantaggio della sicurezza dell'infortunato: minore rischio di infezioni e ridotto uso di farmaci anestesiologici. Non solo: il chiodo viene introdotto nell'osso attraverso una miniincisione cutanea con minima perdita di sangue e a differenza degli altri chiodi oggi disponibili per fissare le fratture non è necessario fresare l'osso per consentire al chiodo di penetrare. Questo gesto chirurgico non è necessario grazie al ridotto diametro del chiodo che può avanzare nell'osso sfruttando lo spazio naturale del canale endomidollare.

Non si tratta di un dettaglio tecnico che desta l'interesse dei soli addetti ai lavori, ma di un aspetto critico per la sicurezza dei pazienti: l'inchiodamento della frattura senza fresatura riduce il rischio di embolia grassosa. Complicanza post operatoria rara, ma che può avere come estrema conseguenza il decesso. L'intervento è indicato in tutte le fratture delle ossa lunghe: femore, tibia e omero, anche se scomposte e con più frammenti. E' essenziale tuttavia che il chiodo abbia almeno cinque centimetri di osso al di sopra e al disotto della rima di frattura su cui fare presa. Sono quindi escluse da questa opportunità chirurgica tutte le fratture articolari. Una volta accertata la possibilità di trattare la frattura con questa tecnica si pratica una piccola incisione cutanea, a lato dell'anca se ad essere fratturato è il femore, dietro il gomito se a richiedere il trattamento è il braccio, sotto la rotula se è la tibia che si è spezzata.

Il chiodo viene quindi fatto scivolare dentro il canale endomidollare dell'osso fino a superare la rima di frattura. Questo delicato tempo chirurgico richiede l'uso di uno speciale strumento radiologico che mostra allo specialista il perfetto allineamento dei monconi fratturati e la precisione con cui avanza il chiodo metallico. Infine l'acqua: grazie ad una pompa idraulica che viene innestata all'estremità dell'impianto il chiodo si espande. A settanta atmosfere di pressione il chiodo ha raggiunto il suo volume definitivo che è più di una volta e mezzo quello originario. Tanto basta a bloccare la frattura nella posizione desiderata per tutto il tempo necessario ad una valida formazione di callo osseo. Niente gesso, tutori, e riposo forzato a letto.
Può essere immediatamente intrapreso se necessario un programma di fisioterapia e il carico sull'arto operato può essere concesso con l'uso di stampelle.

Fratture
L'osso è il migliore dei tessuti umani. L'unico che quando si rompe si rigenera perfettamente fino a recuperare la sua originale robustezza. A due condizioni: deve essere ricomposto perfettamente senza lasciare spazio tra i frammenti fratturati e deve rimanere immobile per tutto il tempo necessario ad una valida formazione di callo osseo. Un terzo fattore infine accelera la guarigione: la pressione di contatto tra le due parti. Un fattore quest'ultimo spesso inconciliabile con il tipo di fissazione o con il tipo di frattura. Il gesso ad esempio che è il più antico e ancora diffuso mezzo per immobilizzare le fratture non è di sicuro la soluzione migliore: l'arto nel gesso subisce micromovimenti che ritardano la consolidazione.

Anche la fissazione con placche e viti non sono l'ideale: impiantate grazie ad un intervento chirurgico, permettono di accostare e immobilizzare la frattura, ma non di concedere il carico precoce sull'arto operato. La pressione tra i monconi di frattura viene quindi ritardata e di conseguenza anche la pronta formazione di callo osseo. I fissatori esterni, barre e tiranti che transfiggono l'osso dell'arto operato, rispondono abbastanza bene a tutti e tre i requisiti, ma sono ad alto rischio di infezioni e molto ingombranti. Restano tuttavia l'unico sistema valido in certi tipi di fratture plurifarammentarie e con accorciamento dell'arto. Infine i chiodi endomidollari: quando esiste l'indicazione sono i migliori. Bloccano la frattura in modo stabile e consentono l'immediato carico sull'arto operato. Il peso del corpo esercita la necessaria pressione sulla rima di frattura che sollecita la veloce e valida formazione di callo osseo.