I dolori d'Achille
Cosa fare per prevenire le calcificazioni

Quando l'osso sconfina sono guai. Accade spesso: nei tendini, nei muscoli e nelle articolazioni si può sviluppare una calcificazione dura simile al tessuto dello scheletro. Si vede con le radiografie, eseguite a causa di un dolore che non passa o di un movimento limitato: una macchia bianca grande come un grano di pepe o una noce, a forma di sperone, di placca o di ponte, circoscritta o ancora dispersa in puntini minuscoli. Può interessare i tendini della spalla, i ligamenti del ginocchio, le articolazioni vertebrali o ancora il calcagno, il tendine di achille, il muscolo della coscia. Queste le zone più frequentemente colpite dal curioso fenomeno, ma in realtà nessuna articolazione, muscolo o tendine può essere considerato veramente immune. Non è neanche questione di età: basta un trauma, una attività lavorativa o sportiva particolarmente intensa o una predisposizione anatomica ad infiammare una zona circoscritta.

Se l'infiammazione cronicizza, localmente intervengono dei cambiamenti chimici che modificano l'acidità. Tanto basta a far precipitare e accumulare i sali di calcio. Occorre tempo, ma negli anni si sviluppa un corpo estraneo, duro come una pietra, che interferisce con i movimenti e irrita i tessuti circostanti. Non è il caso di ignorarlo: senza cure può solo ingrandirsi e peggiorare la situazione. La sua presenza infatti è causa di infiammazione, che a sua volta favorisce il deposito di altro minerale. Nei casi più seri succede come per le lavatrici e gli scaldabagni troppo vecchi: le incrostazioni di calcio rendono il funzionamento sempre più precario finchè non non si rompono del tutto. E' quanto accade alla spalla affetta da morbo di Duplay o periartrite calcifica. Una condizione molto comune che interessa i tendini della spalla: nel loro spessore si sviluppa una calcificazione rotondeggiante grande come un pisello o una mora. Sono dolori: di giorno compiendo movimenti banali come pettinarsi o infilarsi una giacca, di notte anche a riposo dormendo.

E' bene consultare uno specialista per tempo: c'è il rischio che il tendine indebolito dalla presenza di calcio si laceri improvvisamente. Nel ginocchio la calcificazione interessa più spesso uno dei ligamenti che stabilizzano il ginocchio, il collaterale interno e prende il nome di malattia di Pellegrini-Stieda. Si sviluppa una placca calcarea, spessa, talvolta così voluminosa da alterare il profilo del ginocchio. A volte il problema può essere ricondotto ad un trauma, una distorsione, ma più spesso non trova una spiegazione convincente. Tuttavia i disturbi sono importanti: dolore e rigidità al ginocchio. Sempre ai primi posti nella hit parade delle calcificazioni più ricorrenti c'è quella che interessa il tendine di Achille: una punta lunga e sottile che parte dal calcagno e penetra nello spessore del tendine. E' espressione di una infiammazione tendinea cronica, che è bene non sottovalutare: anche in questo caso il pericolo è la rottura del tendine. A volte non ci sono segnali premonitori: il dolore è modesto o assente e perfino lo sport può essere compiuto senza particolari limitazioni, finche il tendine non cede in occasione di uno sforzo banale. Scongiura questa circostanza un buon plantare confezionato su misura allo scopo di riequilibrare la biomeccanica del piede, e specifiche terapie per sfiammare il tendine.

Altri depositi di calcio possono generarsi nei tendini del gomito, a causa di una vecchia epicondilite (gomito del tennista), nel tallone per via di una fascia plantare troppo tesa e infiammata e a carico dei tendini che estendono il polso.La mappa dei tendini e delle articolazioni colpite in misura più o meno grave e frequente può continuare, fino ad includere nell'elenco ogni elemento anatomico. Un inventario che interessa i soli specialisti. Per tutti invece una considerazione: la calcificazione è un sintomo, dietro si nasconde un problema biomeccanico che deve essere ricercato ed annullato.

Le terapie.
Le comuni fisioterapie non possono nulla contro le calcificazioni. Possono frenarle, rallentarne la progressione perchè curano l'infiammazione che le alimenta, ma non sono in grado di eliminarle. Colmano questa lacuna due nuove terapie mutuate da altri settori della medicina: l'ipertermia endogena e la terapia ad onde d'urto. La prima nata per la cura dei tumori sfrutta l'effetto termico delle microonde. Tuttavia non è il caso di tentare con il forno a microonde di casa. L'energia deve essere dosata in modo da non superare in profondità la soglia dei quarantadue gradi e mezzo ed evitare in superficie ustioni cutanee. Lo scopo è duplice: sfiammare la zona e incrementare intorno alla calcificazione l'afflusso di sangue. Effetto quest'ultimo che compie una sorta di "lavaggio vascolare" . Le particelle di minerale vengono in questo modo rimosse dalla superficie della calcificazione ed allontanate. Dopo alcuni cicli di terapia gli accumuli di calcio si riducono sensibilmente di volume e in certi casi possono perfino sparire.

Tuttavia le calcificazioni più vecchie e dure resistono anche a questi tentativi terapeutici. Si deve allora passare alle maniere forti, con la terapia ad onde d'urto. Si tratta di una terapia compiuta con il litotritore. L'apparecchio nato per frantumare i calcoli renali è stato modificato con lo scopo di sbriciolare anche gli altri generi di calcificazioni. E ci riesce: investe la calcificazione con un fascio di ultrasuoni ad alta energia, tanto forte da sbriciolarla. Al momento la terapia ad onde d'urto è la fisioterapia più efficace per questo genere di problemi ortopedici, c'è però un limite: la in Italia è ancora poco diffuso per i costi elevati del macchinario e le strutture pubbliche che ne sono dotate pochissime. Esiste anche una terapia manuale per rompere fibrosità e calcificazioni, la fibrolisi diacutanea. Tramite appositi uncini metallici a testa smussa l'operatore plica la cute e raggiunge la calcificazione, quindi con pochi movimenti decisi separa aderenze e frantuma le piccole calcificazioni senza tuttavia ledere la pelle.

Si tratta di una tecnica valida per piccole calcificazioni, ma dolorosa ed efficace solo in mani molto esperte. Infine qualcuno ha addittura pensato, senza molti successi, di utilizzare sostanze chimiche per sciogliere i depositi dell'inopportuno minerale, facendole migrare attraverso la pelle con la ben nota ionoforesi o ancora ha iniettato localmente le stesse sostanze diluite in acqua per "lavare" il tessuto calcificato. Una sorta di trattamento al Viakal Per tutti, quando le terapie conservative falliscono, il bisturi resta l'unica possibilità reale di eliminare le dolorose calcificazioni. Non solo: spesso è in grado di modificare anche le cause che hanno generato la calcificazione e scongiurare in questo modo una recidiva del problema.

C'è di più: nel caso della spalla si può ricorrere alla chirurgia mini-invasiva, con l'artroscopia. Due piccole incisioni cutanee per raggiungere la cavità articolare con appositi strumenti e una telecamera miniaturizzata e la calcificazione viene fresata ed aspirata. A fine intervento non restano che due cerottini e una videocassetta a testimoniare l'avvenuto intervento. La miosite ossificante. Fa seguito ad un ematoma che non è stato trattato a dovere e colpisce le grosse masse muscolari della coscia, del polpaccio o dell'arto superiore. Può accadere praticando sport, compiendo lavori pesanti o in seguito ad un incidente stradale: il muscolo si strappa, si lacera e del sangue si versa nei tessuti. Se non può fuoriuscire come accade nelle ferite, si raccoglie nelllo spessore del muscolo formando una cavità ripiena di sangue.

L'ematoma. Niente timore, se piccolo in pochi giorni o qualche settimana si riassorbe spontaneamente, se grande l'ortopedico risolve il problema in pochi minuti aspirandone il contenuto con una siringa. In genere il destino di un ematoma appare chiaro già alla visita: il suo colore scuro traspare attraverso la pelle e una palpazione delicata può apprezzare l'entità del versamento. Nei casi dubbi si ricorre all'ecografia: con un emettitore di ultrasuoni si scandaglia l'ematoma e se ne definiscono volume, margini e contenuto. La miosite ossificante si genera solo in quegli ematomi che non possono riassorbirsi da soli perchè troppo grandi e che non sono stati svuotati per tempo. Il sangue dapprima coagula, quindi si organizza in una sostanza semifluida nella quale precipitano i sali di calcio. Si formano in questo modo ammassi di calcaree, anche di grosse dimensioni molto simili per consistenza e struttura all'osso, ma dalle forma più bizzarre. Una volta che si è sviluppata la miosite ossificante a nulla servono le fisioterapie, se crea disturbi va asportata con il bisturi. Non sempre: a volte può essere ignorata, perchè piccola o collocata in una posizione che non disturba i movimenti. In questi casi fortunati è sufficiente un esame radiografico di controllo eseguito una volta all'anno.

Calcificazioni, artrosi, artrite ed osteoporosi: un ginepraio di termini buoni per gli addetti ai lavori, ma che spessso inducono il profano ad interpretare in modo sbagliato i sintomi. E' bene chiarire: il dolore non è un segno di osteoporosi. Si tratta infatti di una malattia tipicamente femminile che colpisce l'osso impoverendolo di sali di calcio fino a renderlo fragile ed esposto al rischio di fratture spontanee. Il suo evoluzione è subdola, chi ne è affetto non ha elementi per sospettarla, familiarità a parte, e il dolore compare violentemente solo quando è troppo tardi: in occasione di una frattura vertebrale o del femore, che sono i punti più a rischio. Per questi motivi è opportuno che le donne dopo la menopausa, quando l'incidenza della malattia è più alta, si sottopongano ad un esame specifico che valuta la densità dell'ossso e il rischio di frattura: la M.O.C. Ben diversa l'artrosi: una usura della cartilagine e dei capi articolari, che si deformano, fino a rendere il movimento limitato e dolente. Un danno che può essere la consegenza dell'età, o anche di un trauma o di una attività sportiva o lavorativa, che ha logorato l'articolazione. La rarefazione dell'osso tipica dell'osteoporosi non ha alcuna responsabilità in questa malattia, che semmai produce becchi, ponti e spuntoni ai margini delle articolazioni colpite di osso assai duro e consistente.

L'artrite somiglia all'artrosi solo nel nome. Si tratta di una infiammazione dei tessuti molli articolari, di natura più spesso autoimmune nella quale le ossa sono coinvolte solo in un secondo tempo. La sua attività si misura con le analisi del sangue. Ancora diversa la natura delle calcificazioni: si formano ex novo in tessuti come ligamenti, tendini e muscoli a causa di traumi ed infiammazioni. Non necessariamente danno dolore o limitazione nei movimenti e soprattutto non espongono al rischio di fratture, semmai sono i tendini in certi casi a lacerarsi. Per valutare artrosi e calcificazioni la M.O.C. non è indicata, serve una comune radiografia.