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Aderenze
Le aderenze sono un problema comune. Tanto frequenti che sono quasi sempre la prima ipotesi diagnostica ad essere formulata, quando una articolazione risulta limitata e dolente.
Specie dopo una grave
distorsione, una frattura o un intervento chirurgico che hanno richieso
una prolungata immobilizzazione. Il tempo e la immobilità sono infatti
i due fattori principali perchè si sviluppino le aderenze. Non deve
tuttavia mancare un terzo elemento: il sangue. E' bene chiarire.
Le aderenze sono composte dallo stesso materiale delle cicatrici,
il collagene. A sua volta costituito da fasci di minuscole fibre
che si condenzano tra loro: la fibrina. Nel sangue, di fibrina,
c'e nè in quantità. Finchè scorre nelle vene e nelle arterie è fluida,
ma appena fuoriesce da una ferita si aggrera in fasci sempre più
grossi e da luogo ad un fenomeno che tutti conoscono: la coagulazione.
Indispensabile per arrestare una emorragia, ma denominatore comune
anche del fenomeno aderenze.
Si sviluppano così: se un infortunio
o un intervento chirurgico hanno dato luogo a perdita di sangue
e questo si è raccolto in una cavità articolare o ha infarcito i
tessuti che la circondano, la fibrina inizia subito ad addensarsi.
La parte liquida del sangue si riassorbe e resta il collagene. Prima
raccolto in piccoli fasci tenui e poco resistenti, poi in gossolani
tralci di tessuto cicatriziale, tenace e anelastico. Le aderenze
appunto. Tanto basta a ridurre l'escursione di una articolazione.
Come corde troppo corte si tendono quando l'articolazione raggiunge
un certo angolo e non permettono di portare a termine il movimento
o di raggiungere l'ampiezza desiderata. In certi casi possono avviluppare
l'articolazione come fossero una rete e bloccarla quasi del tutto
o diventare spesse come un panno e occupare quasi per intero la
cavità articolare rendendola rigida e dolente ai pochi movimenti
possibili. Tutto si compie in poche settimane.
A volte ne bastano
tre, quattro come accade al gomito ingessato a causa di fratture,
lussazioni o gravi distorsioni. Di qui le misure preventive. Interventi
poco cruenti: quando è possibile sciegliere meglio ricorrere a tecniche
mininvasive come quelle artroscopiche che a tecniche a cielo aperto.
Meno sangue meno aderenze. Svuotare aspirando con un ago le raccolte
di sangue intrarticolari o gli ematomi se a giudizio dello specialista
sono troppo abbondanti. Mantenere l'articolazione immobilizzata
in gesso o con il tutore solo il minimo indispensabile.
Appena la
frattura, la lesione dei ligamenti lo permettono iniziare la fisioterapia.
Quest'ultima deve essere eseguita manualmente dal fisioterapista
e mirare al precoce recupero del movimento. Una fisioterapia troppo
blanda o compiuta in ritardo, spiana la strada alle aderenze. Fisioterapia:
E' questione di buon senso, perchè non esistono protocolli di riabilitazione
che vanno bene per tutti. E' necessario valutare caso per caso e
dosare in maniera opportuna la fisioterapia. Come se fosse un farmaco:
risulta inutile se sottodosata, dannoso se eccessiva. Una regola
generale tuttavia esiste: mobilizzare l'articolazione infortunata
o sottoposta ad un intervento chirurgico il più precocemente possibile.
Le differenze possono essere notevoli. Dopo un intervento di ricostruzione
del ligamento crociato anteriore del ginocchio la fisioterapia passiva
può essere intrapresa anche dopo sole quarantotto ore. In caso di
riparazione dei tendini della spalla (cuffia dei rotatori) è invece
necessario aspettare venti giorni con il braccio immobilizzato in
un tutore prima di affidarlo alle cure del fisioterapista. Si tratta
del tempo minimo indispensabile ad una valida cicatrizzazione delle
suture interne. Tempi ancora più lunghi per certe fratture alla
mano che interessano un piccolo osso tondo: lo scafoide. Possono
essere necessari anche tre mesi di immobilizzazione con il gesso
perchè la frattura formi il callo osseo e si consolidi.
E' l'ortopedico
a dare il via e non ci devono essere ritardi anche se inizialmente
la terapia può essere dolorosa. I movimenti devono essere effettuati
gradualmente, con dolcezza e dopo adeguato riscaldamento, ma devono
tuttavia risultare decisi e mirare al pieno e precoce raggiungimento
della escursione articolare su tutti i piani possibili di movimento.
Esistono anche appositi apparecchi che compiono il lavoro del fisioterapista.
Sono utili soprattutto per il ginocchio e nelle prime fasi della
riabilitazione.Si tratta di attrezzi leggeri e facilmente trasportabili
anche a domicilio e dotati di motorino elettrico. L'arto infortunato
viene appoggiato sull'apparecchio che opportunamente impostato eseguirà
la mobilizzazione passiva alla velocità, con l'ampiezza e per il
tempo desiderati.
A volte tuttavia ogni sforzo per mobilizzare l'arto
risulta inutile: è come se fosse bloccato. Pochi gradi di movimento
fino ad uno stop doloroso che non cede neanche agli sforzi dei fisioterapisti
più vigorosi. Può trattarsi di un gomito fratturato, di un ginocchio
sottoposta ad intervento di protesizzazione o di una spalla operata
ai tendini, non fa differenza: se le indagini radiologiche mostrano
una buona riuscita dell'intervento, la causa della limitazione è
quasi certamente la formazione di aderenze. In molti casi si può
ottenere un buon risultato ricorrendo ad un breve sedazione: il
paziente viene addormentato e l'ortopedico approfitta del completo
abbandono muscolare per forzare l'articolazione. Le aderenze si
rompono, producendo anche un secco effetto sonoro, e l'articolazione
recupera immediata libertà di movimento.
Si tratta tuttavia di un
trattamento che nei casi più severi non funziona: le aderenze non
cedono. Insistere può anche essere pericoloso. Fratture, lussazioni
e danni articolari le conseguenze più comuni di tentativi di sblocco
articolare troppo energici. Meglio in questi casi intervenire con
un intervento chirurgico mininvasivo per sbrigliare delicatamente
le aderenze. L'artroscopia è il trattamento di elezione per le articolazioni
bloccate dalle aderenze.Ginocchio, spalla, gomito e caviglia le
sedi più comuni, interessate dallo sviluppo di aderenze. Possono
messere la conseguenza di una frattura di una distorsione o di un
trauma, non fa differenza. L'articolazione risulta limitata e dolente.
Inutili i tentativi di forzare l'articolazione con la fisioterapia:
non cede. Pericoloso lo sblocco manuale in narcosi, con il paziente
sedato, per possibili danni articolari.
Meglio ricorrere alla tecnologia:
fibre ottiche e radiofrequenze per eliminare una ad una le aderenze.
Si tratta di interventi chirurgici compiuti attraverso minime incisioni
cutanee. Si introduce in cavità articolare una microtelesanera con
la quale è possibile ispezionare tutte le strutture interne: cartilagini,
menischi e ligamenti. Su di un monitor appariranno ingrandite e dettagliate.
Anche le aderenze se presenti. In genere si presentano come cordoni
adrenti alla capsula articolare, o come lacci che attraversano la
cavità articolare da una parte all'altra, bianchi e tenaci, isolate
o numerose e intrecciate come una piatto di fettuccine fino ad occupare
nei casi più severi l'intera cavità articolare. Devono essere tagliate
una per una. Sotto il controllo della telecamera e osservando la
precisione dei movimenti sullo schermo del monitor le adrenze vengono
recise e rimosse con l'aiuto dei comuni ferri del mestiere: forbici,
taglienti, pinze e frese ridotte però ai minimi termini per passare
attraverso i millimetrici accessi chirurgici.
Con l'uso delle radiofrequenze
si può fare di più: le aderenze vengono dissolte all'istante in
una bolla di gas. Si tratta di uno strumento che viene utilizzato
nel corso di un intervento di artroscopia: si impugna come fosse
una penna e ne ha anche l'aspetto, ma alla sua estremità e montata
una minuscola , e potente antenna. Appoggiata sulla aderenza o sul
tessuto che si desidera eliminare emette a piacimento del chirurgo
radiofrequenze. Immediato l'effetto: il tessuto sfiorato si dissolve
in una bolla di gas. Meglio del laser: niente sangue o superfici
bruciate. Le temperature non superano mai i settanta gradi centigradi.
Il movimento finalmente libero da vincoli interni è concesso dal
giorno successivo all'intervento.
Spalla congelata. E' un caso a
parte. La spalla diventa rigida e dolorosa senza un apparente motivo.
Nessun infortunio, frattura, intervento o prolungata immobilizzazione
che guistifica la limitazione della spalla, dolente anche a riposo
e di notte. Disturbi spesso attribuiti alla periartrite. Termine
vago e forviante, che il più delle volte è causa di un vero calvario
fatto di fisioterapie estenuanti quanto inutili e infiltrazioni
di cortisone capaci solo di effimeri sollievi. Si tratta invece
un problema della spalla che con le aderenze a molti caratteri in
comune: una infiammazione della capsula articolare che sviluppa
ispessimenti e aderenze. Di qui il nome che gli addetti ai lavori
preferiscono: capsulite adesiva Di origine poco chira il disturbo
e forse di natura autoimmune, è stata notata una prevalenza in pazienti
affetti da diabete insulinodipendente, disturbi neurologici del
rachide cervicale e niente più.
Resta in sostanza una malattia tanto
comune, quanto misteriosa. La diagnosi è soprattutto clinica: il
braccio non può essere sollevato lateralmente che per pochi gradi
sia attivamente che con l'aiuto del fisioterapista: oltre un certo
limite il dolore e un impedimento meccanico non permettono il movimento.Le
radiografie della spalla non mostrano niente di anomalo così come
gli esami più sofisticati R:M:N: e T.A.C.capaci di leggere solo
sfumati segni indiretti non sempre chiari. C'è una soluzione. La
capsulotomia: veloce, sicura e mininvasiva. Per via artroscopica
la capsula articolare viene recisa e le aderenze eliminate. Niente
sangue o punti di sutura, solo due o tre accesi cutanei per operare
sotto il controllo della telecamera e delle fibre ottiche: gli strumenti
a radiofrequenze distruggono aderenze e coagulano i tessuti. Il
giorno dopo l'intervento devono essere intrapresi gli esercizi di
mobilizzazione dell'arto operato. Con decisione e senza ritardi:
il rischio è la recidiva.
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