Tennis e ortopedia
Campi in terra rossa e guai a ossa, muscoli e tendini.

Accade di frequente sopratutto nei tennisti non professionisti perchè l'allenamento è discontinuo, il gesto atletico scorretto, l'attrezzatura ( l'accordatura ) imperfetta o ancora perchè i campi sintetici rendono il gioco troppo veloce e le calzature non riescono ad assorbire e dissipare adeguatamente le continue sollecitazioni. Al primo posto nella top ten dei problemi ortopedici del tennista l'epicondilite, meglio nota come gomito del tennista, una infiammazione dei tendini che nella sua forma più severa non solo non permette più di impugnare e stringere la racchetta, ma il dolore diventa così invalidante da penalizzare anche gesti comuni come girare le chiavi nella serratura o avvitare la moca per il caffè.

A seguire, la spalla, nella classifica dei guai ortopedici che colpiscono di preferenza il tennista: quasi sempre il dolore alla articolazione è generato dalla sindrome da conflitto, una infiammazione dei tendini che un tempo era genericamente indicata come periertite. La sindrome da conflitto sub acromiale non deve essere trascurata, con il tempo se non viene risolta, i tendini della spalla ( cuffia dei rotatori ) si usurano fino a rompersi. A rischio di rottura improvvisa anche il tendine di achille, specie nel tennista dalle tempie grigie. In genere nessun sintomo avverte che il tendine sta perdendo di resistenza fintanto che, per uno sforzo o un movimento banale, si lacera. Penalizzano l'attivita del tennista over cinquanta anche i guai ai menischi e le prime avvisaglie di artrosi con ginocchia che sotto sforzo si gonfiano e fanno rumore. 

Epicondilite

A volte compare per mancanza di riscaldamento, altre volte perche la racchetta è troppo rigida o l'impugnatura non è adeguata, altre volte la comparsa dei sintomi sembra essere in relazione ad allenamenti troppo intensi e ravvicinati, ma il più delle volte la epicondilite compare senza una spiegazione convincente. Il dolore ai tendini dell'epicondilo ( la sporgenza laterale del gomito),che colpisce nella vita sportiva un tennista su tre, è una infiammazione che compare a causa dello sforzo compiuto per stringere la racchetta e dalle sollecitazioni meccaniche che ad ogni colpo si trasmettono dalla palla alla racchetta e tramite la mano e il polso si scaricano sull'epicondilo.
Ne soffrono soprattutto gli amatori, mentre i professionisti dei campi in terra rossa sono colpiti sulla sporgenza del gomito diametralmente opposta ( l'epitroclea). La diagnosi di queste infiammazioni è semplice: basta l'esame dello specialista che individua palpando il gomito il punto dolente e la diagnosi è certa. Radiografie ed ecografia sono di aiuto nelle epicondiliti croniche per accertare la presenza di calcificazioni dei tendini e altre alterazioni del tressuto tendineo. Semplice e risolutiva anche la cura: riposo, ghiaccio e farmaci antinfiammatori per pochi giorni. Il dolore scompare senza lasciare esiti.

Diverso è il caso del tennista che stoicamente ignora il dolore e continua a giocare: il dolore non solo non passa, ma con il tempo tende inevitabilmente a cronicizzare. Dopo poche settimane l'epicondilite diventa ribelle anche al riposo, ai farmaci e alle fisioterapie. Le infiltrazioni di cortisone risultano ancora efficaci, ma se il periodo di riposo dopo la scomparsa dei sintomi non è congruo, l'epicondilite tende a recidivare. Tanto che, dopo due o tre infiltrazioni, se il problema si ripresenta, piuttosto che utilizzare nuovamente il cortisone, potenzialmente lesivo se eccessivamente somministrato, si preferisce operare. Il tendine viene parzialmente distaccato dall'osso e ripulito della partre degenerata e infiammata e quindi nuovamente riattaccato. Intervento che puo essere compiuto anche attraverso la via artroscopica: attraverso due fori cutanei si penetra in cavità articolare con telecamera e appositi strumenti lunghi e sottili con i quali si ripulisce il tendine innfiammato dal tessuto degenerato.

Esiste tuttavia una alternativa al bisturi: la infiltrazione con fattori di crescita piastrinici. Si tratta di un recente trattamento che si pratica con sangue autologo. Il paziente in altre parole è allo stasso tempo donatore e ricevente del suo stesso sangue. E' bene spiegare: in un laboratorio opportunamente attrezzato e autorizzato, viene praticato un prelievo di sangue venoso, come se si trattasse di un comune esame del sangue. Il sangue viene sottoposta a separazione meccanica e una frazione di plasma che contiene le piastrine concentrate viene isolata e aspirata in siringa. Con questa si infiltra l'epicondilo dolente di plasma e piastrine. La attività delle piastrine è immediata: degranulano rilasciando nel tessuto tendineo potenti citochine ( fattori di crescita) che hanno azione antinfiammatorie e di attivazione dei processi biologici di riparazione. La infiltrazione viene di norma ripetuta a distanza di una settimana per tre volte. Tanto basta a risolvere molte epicondilite altrimenti destinate a trovare soluzione in sala operatoria. 

Spalla

Ad ogni battuta, ad ogni colpo vibrato con il braccio teso in alto, sopra il piano delle spalle, i tendini della cuffia dei rotatori scivolano intorno alla testa dell''omero, protetti dall'osso acromiale e trasmettono insieme al deltoide e ai pettorali forza e precisione alla racchetta che colpisce la palla. Non sempre: accade, sopratutto dopo i quaranta, cinquanta anni, che l'acromion subisca delle trasformazioni, diventa più spesso e curvo e anziche preteggere i tendini ruba loro dello spazio. Così che, ad ogni battuta si produce tra i tendini della cuffia dei rotatori ( il sovraspinato in particolare ) e l'acromion un doloroso attrito.

Di qui l'infiammazione dei tendini. Si tratta della sindrome da conflitto sub acromiale, il nemico numero due del tennista, dopo la epicondilite e  un tempo genericamente e impropriamente indicata come periartrite. Farmaci e antinfiammatori e il riposo per qualche giorno, hanno in genere ragione degli  invalidanti disturbi e anche i casi più ribelli alle comuni fisioterapie rispondono prontamente ad una o due infiltrazioni locali di cortisone. Salvo ripresentarsi a distanza di tempo una volta svanita l'efficacia delle terapie e a prezzo della integrità dei tendini. Nella sindrome da conflitto, infatti, anche se l'infiammazione viene spenta e il dolore regredisce, l'attrito resta e consuma le fibre dei tendini.

Tanto che,  il tennista, dopo anni di dolori di spalla, se curata con approssimazione e mai sottoposta ad approfondimento diagnostico,puo scoprire con una risonanza magnetica che "i tendini della cuffia dei rotatori ( sovraspinato e sottospinato ) risultano interessati da lesione a tutto spessore con retrazione dei capi tendinei come per lesione inveterata". Diagnosi radiologica tardiva:  anni prima si sarebbe potuto intervenire artroscopicamente per salvare il tendine con una semplice fresata all'acromion, per ripristinare lo spazio di cui i tendini necessitano per scivolare senza frizioni. Gesto chirurgico che permette di recuperare rapidamente la funzionalità della spalla e di tornare a praticare tennis in poche settimane.
Con i tendini lacerati e retratti l'intervento richiede invece dei tempi più lunghi. Si interviene sempre per via artroscopica attraverso due o tre forellini cutanei ma il lavoro compiuto all'interno è assai più laborioso: i tendini devono essere liberati dalle aderenze e fissati nuovamente in sede anatomica all'omero con uso di viti e suture ad alta resistenza. Un intervento che richiede venti giorni di immobilizzazione del braccio con un tutore e alcuni mesi di cautela nel compiere sforzi con l'arto operato, prima di scendere nuovamente in campo con la racchetta in pugno. 

Gli altri guai del tennista......

Non è un caso che si chiama di Achille: si tratta del più robusto tendine del corpo umano, ma  è anche il più vulnerabile. Collega il tallone ai muscoli del polpaccio ed è indispensabile per la corsa, ma anche semplicemente per camminare o alzarsi sulle punte. La sua rottura arriva in genere improvvisa, nessun sintomo ha in precedenza denunciato segni di sofferenza del tendine. Un dolore acuto, riferito da chi lo ha provato, come una violenta sassata nello stinco e il tennista si ritrova a terra. Continuare a giocare è impossibile, ma anche solo tentare un passo risulta penoso.  La caviglia si gonfia in pochi minuti e il piede puo essere mosso appena di pochi gradi.

L'esame clinico dello specialista e l'ecografia del tendine definiscono la diagnosi: rottura sottocutanea del tendine. E' necessario riparare il tendine con una operazione: i due capi tendinei vengono affrontati e ricuciti. Il piede deve rimanere fuori carico e protetto da un tutore o da un gesso per venti giorni in modo che il tendine formi un tessuto di riparazione. Oggi l'intervento può essere compiuto interamente per via percutanea o con un miniaccesso chirurgico di tre centimentri, riducendo in questo modo al minimo le potenziali complicanze post-operatorie.

A rischio anche le ginocchia del tennista. Il gioco del tennis, infatti, specie se praticato su terreni sintetici comporta brusche frenate, accellerazioni brucianti per arrivare in tempo sulla palla e repentini cambi di direzione, che producono nella articolazione forze trasversali, tangenti alla superficie cartilaginea. Cartilagine che è in grado di sopportare carichi in compressione elevatissimi senza risentirne, ma che mal tollera quelli tangenziali. Di qui una usura precoce che genera danni alla cartilagine e ai menischi. Gonfiore dopo una partita o un allenamento più impegnativi, rumori di scroscio articolare e dolore sono i primi segnali di sofferenza. Immediato il ricorso a radiografie e risonanza magnetica per una corretta e tempestiva diagnosi.